Simile al pisello ma con un baccello che, dapprima di colore verde, con la maturazione prende i toni del viola scuro, il legume fresco è verde, con tonalità di grigio, e si raccoglie tra la fine di luglio e l’inizio di agosto. È di colore marrone, invece, quando è essiccato e in questo caso è disponibile tutto l’anno.

Dal 2006 la roveja è presidio Slow Food, che coinvolge quattro piccoli produttori di Civita di Cascia e si propone di diffondere la conoscenza di questo legume e “coinvolgere altri coltivatori che al momento producono solo per autoconsumo”.

Cos’è la roveja e dove viene coltivata

Un antichissimo legume simile al pisello, noto anche come pisello dei campi o robiglio. Questo legume è originario del Medio Oriente e viene coltivato solo in alcune regioni d’Italia, come l’Umbria e le Marche.

Inizialmente il baccello della roveja è verde, poi, con la maturazione diventa viola-scuro. Il colore dei semi freschi può variare da verde a grigio, mentre una volta seccati i semi tendono al marrone scuro. I fiori sono purpurei.

In tempi antichi la roveja era coltivata su tutta la dorsale appenninica umbro-marchigiana, dall’Altopiano di Colfiorito al Gran Sasso passando per Cascia e Castelluccio, ma era soprattutto sulle alte cime dei Monti Sibillini che si trovavano campi sterminati. La roveja è infatti resistente proprio alle basse temperature, si coltiva in primavera-estate e non ha bisogno di molta acqua.

Cresce anche spontaneamente lungo e per questo alcuni ricercatori sostengono che si tratti di un progenitore del pisello comune. Atri, invece, sono del parere che sia una vera e propria specie (Pisum arvense) diversa da quella del pisello (Pisum sativum). Sta di fatto che la classificazione botanica non è ancora stata definita.

Perché la roveja è stata dimenticata

Se nei secoli scorsi la roveja è stata la protagonista dell’alimentazione di pastori e contadini in zuppe fatte con altri legumi poveri come lenticchie, cicerchie e fave, oggi il consumo di roveja è praticamente desueto e passato in second’ordine. Eppure è tanto buona e versatile!

A decretare il suo declino è stata soprattutto la sua modalità di coltivazione faticosa e poco redditizia.
In realtà, già alcuni trattati del 1300 declasserebbero la roveja a pianta piuttosto adatta al foraggio per agnelli e volatili, che per gli uomini. Ma è nel Dopoguerra che questo legume viene completamente abbandonato in vista di coltivazioni più remunerative, complice anche lo spopolamento progressivo delle aree montane. Nonostante la spontaneità con cui cresce, la coltivazione della roveja è molto impegnativa.

Come per la produzione di lenticchie a quote elevate, anche nel caso della roveja la raccolta è molto ardua. Il motivo? I suoi steli superano di molto il metro di altezza per cui possono “allettarsi” facilmente, rendendo impossibile il passaggio della mietitrebbia meccanica. I mezzi moderni sono utili per gli steli più bassi e non riescono a lavorare gli steli lunghi delle antiche varietà.

È per questo motivo che la roveja è falciata a mano, il che si traduce in un lavoro a schiena in giù, chinati per ore. Ecco perché la coltivazione della roveja è stata praticamente abbandonata.

A resistere sono solo alcuni agricoltori nella val Nerina, a Cascia soprattutto. Qui la roveja viene seminata a marzo, a un’altitudine compresa tra i 600 e i 1200 metri, per poi essere raccolta tra luglio e agosto. La battitura è simile a quella della lenticchia: quando la metà delle foglie è ingiallita e i semi sono diventati cerosi, si sfalciano gli steli e si lasciano sul prato ad essiccare. Quando l’essicamento è completato si trebbiano.

Proprietà della roveja

La roveja è molto proteica e, come tutti i legumi, vanta un alto contenuto di carboidrati, fosforo, potassio e pochissimi grassi.

Come legume fresco contiene il 7% di proteine e fornisce circa 75 calorie ogni 100 grammi. Mentre, da secco, arriva al 21% di proteine e a 300 calorie ogni 100 grammi, valori abbinati anche a un elevato contenuto di carboidrati che arrivano al 50%. È ricca anche di fibre e vitamina B1.

La roveja in cucina, ricette tradizionali

Zuppe, minestre, secondi piatti e una particolare farina. Un sapore rustico e intenso caratterizza la roveja in cucina, dove ci si può sbizzarrire e assaporare quei gusti antichi di cose buone e genuine.

In ogni caso, ricordatevi che la roveja va tenuta in ammollo per circa 12 ore, poi la si deve lessare per circa 30/40 minuti (o in pentola a pressione per 8/10 minuti).

Nelle zuppe, in genere, è buonissima da sola, ma spesso viene mescolata al farro o ad altri legumi, come fave e cicerchie.

Preparate un soffritto di aglio, cipolla e prezzemolo, poi aggiungete una passata di pomodoro e la roveja già lessata, che andrà così cotta per qualche altro minuto. Alla zuppa è ottimo aggiungere anche altri legumi e cereali, ma anche patate, carote o sedano (fonte). In più, la roveja si abbina benissimo alle nostre erbe spontanee come borragine e tarassaco.

La farecchiata (polenta di roveja)

Chiamata anche “pesata”, la farecchiata è una specie di polenta di roveja. Viene macinata a pietra e, con il suo retrogusto leggermente amarognolo, viene condita con un battuto di acciughe, aglio e olio extravergine d’oliva.

Qui trovate la ricetta completa della farecchiata.

Germana Carillo – GreenMe